Premio Ivo Chiesa e la Scansione 3D

  • Pronto Astrati? Chiamo dal teatro Stabile di Genova, ho avuto il suo contatto da un nostro collaboratore che ha lavorato con lei per una fiction. Avremmo bisogno di una scansione 3D di una statua in fil di ferro che ritrae il maestro Ivo Chiesa e la riproduzione in una ventina di copie.


Astrati ha un’anima molto tecnica e un’anima artistica con profonde radici nel teatro.

Ivo Chiesa ha fondato la rivista “Sipario”, ha fondato e diretto il teatro Stabile di Genova nei suoi anni più splendidi, essere chiamati per scansionare in 3D un’opera a lui dedicata per un premio in suo nome è un onore.


Ancora non sapevo che è stata anche l’ultima volta che ho visto Marco Sciaccaluga vivo.


Fatto sta che arriva un giorno, avvolto in carta velina, un groviglio di fili di ferro che formano, come se arrabbiati su loro stessi potessero comunicare, un viso. L’artista che lo ha creato, un attore che ha conosciuto Ivo Chiesa, ha impresso il suo ricordo su fili sottili e metallici, quindi riflettenti.



Ora, se uno non conosce il principio della scansione 3D non può immaginare il nostro orrore alla visione di quel intrico inscannerizzabile! Sembrava il decalogo di quello che non si può scansionare:

  • parti sottili? Tutte visto che sono fili di ferro che formano il viso. Male perché lo scanner 3D ha difficoltà a percepire oggetti troppo sottili.

  • parti riflettenti? Tutte visto che sono di ferro. Male visto che noi usiamo per oggetti di quelle dimensioni (30 cm circa) scanner 3D a luce strutturata chequindi sparano luce e si confondono sulle superfici riflettenti.

E instampabile:

  • parti sottili? Tutte.Male, la stampante 3D ha bisogno di una certa robustezza in base all’altezza del pezzo, anche perché la plastica è un materiale diverso dal ferro.

  • parti che si autosostengono? Nessuna! Male, male, sempre peggio!


Scansionare l’inscansionabile.

Passiamo un pomeriggio a guardare quel viso che vorremmo riprodurre ma che è tecnicamente impossibile.


Poi Enrico inizia a girarci intorno e piano piano crea il teatrino che può contenere la statua, gioca con le luci e sopratutto con le ombre, inizia a prendere materiali vari, a cercare le angolazioni e piano piano la statua in fil di ferro compare dall’altra parte dello schermo, digitalizzata. A questo punto aggiusta, ridisegna qualche parte per adattarla al nuovo materiale fino a quando non diventa pronta per essere Stampata in 3D.


Dopo che è stato stampato il primo prototipo in teatro viene deciso che non si vuole color alluminio (il malefico effetto risplendente a specchio è un risultato non facile nella stampa 3D) e decidono per un elegante nero palcoscenico.


Le rifiniture e le colorazioni sono una parte che ci portiamo dietro dai trascorsi nel restauro e nella scenografia. La cartapesta è stato il primo 3D masticato- e la colla a caldo il primo estrusore che ci ha bruciato.